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La stanza n. 29

La stanza n. 29

L’8 novembre 2004, alle ore 15.40, Maria Cristina muore ufficialmente per arresto cardiaco all’interno dell’ospedale di Lecco –  ma questa sembra essere solo l’ennesima morte apparentemente inspiegabile.

L’8 novembre 2004, al pronto soccorso dell’ospedale di Lecco arriva una donna anziana di 99 anni, Maria Cristina, con serie difficoltà respiratorie e bronchite. Le infermiere che la assistono, subito la preparano alla degenza e iniziano la classica procedura per stabilizzarle il respiro, applicandole una maschera per l’ossigeno. Alle ore 14:00, all’interno del reparto, c’è il cambio turno e Maria Cristina viene affidata alle cure di Sonya Caleffi. Nella stanza numero 29 è ricoverata l’anziana donna e la Caleffi, presa visione della terapia da somministrarle, sistema la soluzione da iniettarle su un carrello, unitamente a delle siringhe e ad una bombola d’ossigeno e si dirige da lei nella stanza – una di quelle siringhe, lunga 40 centimetri e con un diametro di 3,  sarà fatale per Maria Cristina.

E’ una procedura semplice e veloce : Sonya deve staccare la pompa della flebo, tenere aperto il foro d’ingresso dell’ago già penetrato in vena e iniettare il medicinale – subito dopo, riattaccare la flebo. Ma qualcosa in quella pratica non va a buon fine –  c’è un versamento di sangue nella siringa della paziente. I parenti della signora vengono d’urgenza fatti accomodare all’esterno- Sonya stacca la siringa dell’antibiotico, ne prende una da 10cl, la riempie d’aria e pratica, in maniera rapida e ravvicinata, cinque iniezioni d’aria. Dopo soli cinque minuti, i parenti della donna videro la porta della stanza aprirsi di nuovo –  Sonya ha le mani e il camice imbrattato di sangue.   

I parenti a seguito delle anomale vicende, richiedono l’autopsia. Il dottor Paolo Tricomi, responsabile del reparto, notizia l’accaduto all’autorità giudiziaria attestando, nel referto autoptico, il decesso della donna dovuto a  “fuoriuscita di bolle aeree da probabile embolia gassosa

Le indagini degli inquirenti

Il Tenente dei Carabinieri, Mariano Lai dell’Arma di Lecco, presa visione della segnalazione pervenutagli in ordine ai fatti in narrativa, attivò immediatamente le indagini, tese a ricercare nella condotta dell’infermiera eventuali elementi di volontarietà, o, diversamente, attribuire le morti sospette a comportamenti maldestri : imperizia o negligenza della stessa che potessero risultare riconducibili ad una condotta non professionale. L’attività investigativa esplicata dall’Arma fu tesa ad appurare quali fossero le abitudini sia lavorative che private dell’infermiera; le intercettazioni a suo carico misero in risalto quasi immediatamente che la stessa aveva una personalità controversa, molto ansiosa e per di più faceva uso di farmaci che lei stessa definiva “bombe”.

Nel corso della perquisizione presso la sua abitazione furono riscontrati numerosi testi che trattavano il tema della morte – sottolineati in diversi passaggi. L’abitazione si presentava in un totale stato di abbandono: vestiti e sporcizia ovunque, lettiere per gatti in cucina, sugli scaffali della libreria prendevano posto testi scientifici, trattati di infermieristica, saggi sull’anoressia.

Nel corso delle operazioni fu trovato un fondamentale indizio per le indagini: un  biglietto sul quale erano riportati dei numeri che, confrontati successivamente, risultarono corrispondere a letti di ospedale assegnati a Sonya Caleffi, e altri appunti con cure e patologie dei singoli pazienti; delle croci e a volte un commento sul decesso di qualcuno.

Il 14 dicembre 2004, nella stazione dei carabinieri, Sonya Caleffi affida la sua confessione ad un memoriale di tre pagine scritte interamente a mano, innanzi al maresciallo dei Carabinieri Roberto Diamanti – “L’unico che ha saputo estrapolare ciò che avevo dentro” – la sera dell’arresto.

La Caleffi riferì agli inquirenti che aveva, almeno in cinque casi, inoculato all’interno delle vene dei pazienti attraverso gli accessi venosi per la fleboclisi con delle siringhe da 50 cc dell’aria.

Riferiva, ma senza sapersene dare una spiegazione, di avere effettuato delle manovre infermieristiche su pazienti gravi, tali da peggiorarne le loro condizioni, iniettando circa 40/50 cl di aria attraverso l’ago permanente. Tali manovre, confessa la Caleffi, sono sempre state eseguite nel momento in cui si trovava sola con il paziente. Nella sua confessione fu reso noto il suo ricordo di  aver applicato tali manovre per provocarne il peggioramento in cinque casi. Non sapeva spiegarsi il motivo di queste sue azioni, e inoltre asseriva di non aver mai premeditato nulla.

Sonya Caleffi si dichiarava pentita chiedendo scusa a tutti i familiari delle vittime, all’Azienda Ospedaliera di Lecco, ai suoi superiori e ai suoi colleghi.

Ma chi è davvero Sonya Caleffi ?

Sonya Caleffi nasce a Como il 21 luglio 1970, figlia unica di un impiegato delle pompe funebri e di  una madre casalinga. Fin da piccola, vive in un ambiente che lei stessa definisce opprimente e soffocante. Con la madre il rapporto è molto conflittuale e con il padre non c’è molto dialogo;  il suo lavoro da rappresentate lo costringe a restare fuori casa per l’intera settimana e a rientrare nel weekend. All’età di 12 anni Sonya inizia a manifestare le sue prime caratteristiche comportamentali; è questo il periodo delle sue prime depressioni che iniziano a renderla volubile. A 14 anni iniziano a manifestarsi le prime avvisaglie di anoressia fin quando a 15 ,  subisce la prima minaccia dal suo medico che la intimorisce rispetto all’evento morte che avrebbe incontrato di li a poco se non avesse iniziato a nutrirsi. I genitore, a seguito della costatazione e della assunta consapevolezza rispetto ai gravi problemi di Sonya iniziano a farle frequentare delle sedute di psicoterapia in diverse strutture di Como – che non abbandonerà mai più.

A 14 anni Sonya scoprì la sua vocazione per le scienze infermieristiche; la morte della nonna, alla quale era molto affezionata, le fece scoprire la sua attitudine difatti, nel 1993, all’ospedale di Como, iniziò la sua carriera come infermiera. L’equilibrio della sua vita fu interrotto dal primo matrimonio con un falegname di Cernobbio dal quale, già dopo il primo anno, seguì una separazione. All’apparenza la donna sembrava reggere la delusione d’amore ma i suoi continui sbalzi d’umore, le continue sedute d’analisi e la nuova relazione, iniziarono a renderle impossibili i ritmi lavorativi tanto che la stessa attentò anche alla sua stessa vita.

Da un mese in prova presso l’ospedale Manzoni, Sonya iniziò a studiare per un concorso interno classificandosi tra le prime in graduatoria. L’evento la colpì forse positivamente ma ad un solo mese di distanza dal suo superamento del concorso, Sonya finì sui quotidiani perché imputata di cinque omicidi e due tentati omicidi.

… E quale fu il vero movente di tutti questi omicidi  ?

Secondo gli inquirenti, nella ricostruzione dei vari casi di cui fu accusata, ciò che risultò rilevante nella determinazione di un movente, doveva essere ricercato nella sua storia familiare. Le sue persistenti insicurezze, erano fonte di continua insoddisfazione personale. Durante il suo operato in ospedale, la Caleffi necessitava di sentirsi gratificata ma quando ciò non accadeva, la rabbia e la delusione la divoravano. L’invidia verso chi riusciva ad avere una vita regolare, a differenza sua, era fonte di sofferenza sia fisica che psichica che la spingevano sempre più a chiudersi in se stessa ed autoconvincersi che gli altri fossero più capaci di lei. La perizia psichiatrica, a cui fu sottoposta, la definiva un “soggetto con grave disturbo della personalità”, ma ciononostante la Caleffi fu in grado di superare tutti i test psicoattitudinali per l’assunzione in ospedale. I suoi disturbi della personalità, misti ad una serie di insoddisfazioni raggiunte durante la sua vita, furono il movente di ben cinque omicidi di cui fu accusata. 

La condanna

Il processo a carico di Sonya Caleffi fu concluso con una condanna a 20 anni di reclusione, attribuendole 5 omicidi e 2 tentati omicidi sia in primo grado  il 4 luglio 2006 presso il Tribunale di Lecco, che nel secondo grado di giudizio ( in Appello il 13 dicembre 2007 ). Entrambe le giurie la ritennero colpevole individuando la Caleffi come un soggetto particolarmente instabile con disturbi della personalità, dalla cui perizia, però, non emerse alcun tipo di incapacità di intendere e di volere.

La stessa, il 10 marzo ritira la sua confessione fatta a dicembre, affermando che non esistesse ricordo alcuno dei suoi omicidi. Le sue confessioni le permisero di evitare l’ergastolo, facendo così scattare le attenuanti generiche, buona condotta e indulto.

A partire dal 2006 Sonya Caleffi inizia il suo lavoro socialmente utile come telefonista presso il carcere di San Vittore.

Il 25 ottobre 2018, dopo aver scontato 14 anni di prigione, Sonya Caleffi viene rilasciata.

«Mi dispiace molto per quello che è successo, e chiedo perdono, se è possibile. Non volevo che finissero così, quei pazienti. Io praticavo quegli interventi perché mi piaceva che tutti accorressero in tempo a salvare i pazienti» – dichiarazione di Sonya Caleffi.

Di S. Aiezza e G. Salomone