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Nota a Cassazione, Sezione II, 4 agosto 2015 (udienza 21 aprile 2015), n. 34147

Nota a Cassazione, Sezione II, 4 agosto 2015 (udienza 21 aprile 2015), n. 34147

Pres. Esposito- Rel. Beltrani

Con la pronuncia in commento la Cassazione affronta la vexata quaestio dell’estensibilità della causa di non punibilità prevista dall’articolo 384 ai conviventi more uxorio, affermandone l’operatività nei confronti di costoro.

La norma in questione, posta a chiusura del capo disciplinante i delitti contro l’Attività Giudiziaria, prevede la non-punibilità dei fatti disciplinati nelle disposizioni precedenti laddove l’agente abbia commesso il fatto «costretto dalla necessità di salvare sé medesimo o un prossimo congiunto da un grave ed inevitabile nocumento nella libertà o nell’onore».

Con questa pronuncia la Cassazione prende le distanze dagli indirizzi maggioritari formatisi sul tema.[1]

Un’analisi della copiosa letteratura prodottasi negli anni sulla natura della norma permette di affermare che il fondamento della non-esigibilità risieda nella comprensione del particolare stato di ambivalenza che domina il soggetto richiesto di collaborare con l’amministrazione della Giustizia e che, nel bilanciamento di interessi tra questa e la tutela della propria famiglia, scelga quest’ultima; le Sezioni Unite della Corte di Cassazione sono infatti intervenute nel febbraio del 2008 affermando che «l’articolo 384 del Codice Penale trova la sua giustificazione nell’istinto alla conservazione della propria libertà e del proprio onore (nemo tenetur se detegere) e nell’esigenza di tener conto, agli stessi fini, dei vincoli di solidarietà familiare».[2]

Appurata la ratio, il fulcro delle riflessioni è proprio il concetto di famiglia e di prossimi congiunti.

Il Codice Penale normativizza la figura dei ‘prossimi congiunti’ nell’articolo 307, IV comma, ai sensi del quale «agli effetti della legge penale s’intendono per prossimi congiunti gli ascendenti, i discendenti, il coniuge, i fratelli, le sorelle, gli affini dello stesso grado, gli zii ed i nipoti», escludendovi «gli affini allorché sia morto il coniuge e non vi sia prole»; anche questa norma non fa menzione dei conviventi more uxorio tra il novero dei soggetti non punibili.

I conviventi sono invece presi in considerazione nella disciplina processuale. Dispone infatti il comma 3, lettera a dell’articolo 199 del Codice di Procedura Penale il Non-obbligo di deporre (nonché l’obbligo previsto a pena di nullità –seppur relativa[3]- per il Giudice di avvisare l’interrogando della di Lui facoltà di potersi astenere) «limitatamente ai fatti verificatisi od appresi dall’imputato durante la convivenza coniugale a chi, pur non essendo coniuge dell’imputato, come tale conviva od abbia convissuto con questo».

Questa differenza, forse, trova la propria ragion d’essere nel mutato contesto sociale in cui il Legislatore del 1988 ha compiuto la propria opera; risulta infatti difficile immaginare che nel 1930 la famiglia di fatto potesse essere ritenuta degna di una così ampia tutela all’interno del sistema giuridico.

La Corte Costituzionale, chiamata più volte a pronunciarsi sulla questione, ha a più riprese affermato l’infondatezza della questione di legittimità costituzionale dei richiamati articoli 307 e 384 del Codice Penale sia nei casi in cui venisse proposto come parametro interposto l’articolo 29, sia nei casi in cui si riteneva violato il parametro contenuto nell’articolo 2 della Costituzione. Il Giudice delle Leggi, nonostante su più versanti abbia preso atto del rilievo sociale della convivenza quale situazione di fatto caratterizzata da una particolare stabilità –nonché, in ragione di ciò, meritevole di tutela in taluni ambiti- ha a più riprese affermato come il matrimonio e la convivenza more uxorio siano «situazioni diverse, tra loro non comparabili». Conseguentemente, la tutela ricavabile tra i contenuti dell’articolo 29 opererebbe soltanto in relazione al matrimonio; la particolare situazione di fatto, invece, rientrerebbe tra i contenuti dell’articolo 2.[4] Preso atto della differenza tra le due situazioni, non vi è alcuna violazione dell’articolo 3 da parte del Legislatore nel momento in cui questi disciplina diversamente situazioni differenti. «E’ quindi manifestamente inammissibile la questione di legittimità costituzionale degli articoli 307 e 384 del Codice Penale sollevata in riferimento all’articolo 3 della Costituzione nella parte in cui, prevedendo una causa di non punibilità per taluni reati a favore di chi li abbia commessi (..) se la distinta considerazione costituzionale della convivenza e del rapporto coniugale non esclude affatto la comparabilità della disciplina di alcuni aspetti particolari dell’uno e dell’altro che possano presentare analogie ai fini del controllo di ragionevolezza a norma dell’articolo 3 della Costituzione, al di fuori di taluni casi che possono rendere necessaria un’identità di disciplina, ogni intervento in tal senso rientra nella discrezionalità del Legislatore. L’assunzione della pretesa identità della posizione spirituale del convivente e del coniuge rispetto all’altro convivente/coniuge rappresenterebbe la premessa per una totale equiparazione delle due situazioni, non corrispondente alla visione fatta propria dalla Costituzione, e determinerebbe ricadute normative consequenziali di portata generale che trascendono l’ambito del giudizio incidentale di legittimità costituzionale».[5]

Nella pronuncia in commento, invece, la Cassazione invoca la necessità di un’interpretazione adeguatrice delle norme richiamate in considerazione del mutamento dei contesti sociali, adducendo a sostegno di ciò la lettera della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo nonché della giurisprudenza della Corte EDU che, invece, considera la famiglia da un punto di vista sostanzialistico, a prescindere dalla consacrazione della stessa attraverso il particolare suggello creato con il vincolo giuridico.

In accordo con la giurisprudenza Costituzionale citata, si ritiene che sia compito del Legislatore dirimere la questione attraverso un colpo di penna laddove ritenesse che il mutamento dei contesti sociali sia tale da legittimare ex lege l’estensione del concetto di famiglia. Pretendere che la Consulta intervenga per risolvere la questione attraverso una pronuncia additiva equivarrebbe ad attribuire ad essa un potere Legislativo che non le compete.

Si ricorda infatti come la norma in questione, per la propria natura di norma eccezionale non è sottoposta al divieto di analogia proprio delle norme incriminatrici previsti dalle Disposizioni sulla Legge in generale, ben potendo quindi il giudice a quo operare l’estensione laddove lo ritenga in relazione alle circostanze del fatto.

Nell’attesa di un eventuale intervento da parte del Legislatore sarà comunque interessante analizzare un eventuale adattamento del diritto vivente alla pronuncia in questione.

Si da atto in ogni caso di come con la sentenza in commento sia scritto un importante capitolo sullo statuto penale della famiglia di fatto.

a cura di Maria Antonietta Federici

[1] Ex plurimis Cass. 9 marzo 1982, n. 7684; Cass. 132/1991 in CED Cass., RV 187017;Cass. 28 settembre 2006, n. 35967; Cass. 17 febbraio 2009, n. 20287; Cass. 22 Ottobre 2010, n. 41139; Cass. 30 Maggio 2012, n. 40912; in senso contrario si segnala Cass. 22 Gennaio 2004, n. 2298, ai sensi della quale «Anche la stabile convivenza more uxorio può dar luogo per analogia al riconoscimento della scriminante posta dall’articolo 384».

[2] Così Cass., Sezioni Unite, 14 febbraio 2008, n. 7208.

[3] Così Sez. V, 12 marzo 2010, n. 13591.

[4] Sono molteplici ormai i contesti in cui la convivenza more uxorio viene considerata tra le formazioni sociali meritevoli di tutela ai sensi dell’articolo 2 della Costituzione.

[5] In tal senso Corte Cost. 20 maggio 2009, n. 140, nella quale vengono ripresi gli indirizzi più volte emersi nel corso del tempo rispetto alla subiecta materia.