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L’INFERMIERE DI SATANA

L’INFERMIERE DI SATANA

Il 9 marzo 1995 la Corte di Assise di Frosinone emette sentenza nei confronti di Alfonso De Martino dichiarandolo colpevole  per aver provocato, attraverso avvelenamento, la morte di  quattro pazienti dell’ospedale di Albano con flebo al curaro. L’infermiere di Satana, così come fu definito dall’opinione pubblica, fu condannato all’ergastolo, ad un anno di isolamento e all’interdizione perpetua dai pubblici uffici.

Alfonso de Martino, nato a Salerno nel 1941, svolse per 20 anni la professione di infermiere ma solo nel 1993, presso l’ospedale di Albano, all’interno del quale lavorava, iniziò a raggiungere l’apice della sua carriera. Uomo sposato, padre di due figli e un diligente infermiere, sempre dedito al lavoro e con una forte predisposizione nell’affrontare i doppi turni. Noto nell’ambito lavorativo per la sua disponibilità, il De Martino era conosciuto come un uomo affidabile ma la sua vera identità di assassino ben riusciva a celarla dietro quegli abiti bianchi, tipici della sua professione. C’era però un tratto della sua personalità che spaventava e incuteva a tutti terrore : amava prevedere la morte dai suoi pazienti e raramente sbagliava.

Il suo percorso omicidiario iniziò il 17 febbraio del 1993,presso l’ospedale di Albano. La Dott.ssa Cinzia Vercelloni, dietista della struttura,  vide armeggiare il De Martino con una flebo in modo alquanto insolito accanto ad uno dei suoi pazienti:  Enrico Tabacchiera, ricoverato in struttura per un cancro al cervello, dopo pochi minuti dalla flebo somministratagli, perse la vita.  L’infermiere, con una siringa, estrasse da un flaconcino una sostanza di color azzurro e la iniettò nelle vene del paziente. A distanza di mezz’ora da quella apparente morte naturale, la stessa sorte toccò anche a Ludovico Moretti, anch’esso ricoverato in struttura, sofferente di crisi epilettiche e che fu affidato all’infermiere per specifiche terapie. Durate lo stesso giorno nell’ospedale di Albano persero la vita due persone e chi per prima diede l’allarme dinanzi a quelle morti inspiegabili, fu proprio la Dott.ssa  Vercelloni. Fu avvisato il primario del reparto riguardo le sospetti morti dei due pazienti il quale, con l’aiuto di altri due medici, prelevarono le flebo – che avrebbero dovuto essere la prova della sua colpevolezza – e il giorno seguente denunciarono il tutto alla polizia.

L’inizio delle indagini 

Il caso venne assegnato al Dott. Adriano Iasillo, Sostituto Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Velletri, il quale, per le indagini sul caso, delegò gli agenti del Commissariato di Albano. Le flebo sequestrate a seguito del decesso di Enrico Tabacchiera e di Ludovico Moretti furono periziate e dalle analisi emerse che quanto in esse contenuto corrispondeva ad un composto formato da: Pavulon (anestetico miorilassante) e Citrosil (disinfettante). Le indagini continuarono con una perquisizione presso l’abitazione del De Martino, all’interno della quale, però, non furono trovati particolari indizi per la ricostruzione del suo movente né  tanto meno si riuscì a delineare, dagli oggetti trovati in casa, un suo profilo omicidiario. Ciò che però destò particolari sospetti fu il ritrovamento di un biglietto da visita di un’agenzia funebre, con la quale si accertò avere un rapporto esclusivo. Le ricerche furono poi indirizzate verso la sua autovettura; a seguito di una ulteriore perquisizione, ciò che colpì gli inquirenti fu il ritrovamento di  numerosissimi medicinali sottratti all’Ente Ospedaliero in cui lavorava, per un valore di decine di milioni. Gli operatori accertarono inoltre  come i decessi nella struttura subirono un netto incremento durante il turno ospedaliero di Alfonso De Martino.

L’arresto

Il 26 giugno 1993, Alfonso De Martino, al termine del suo turno di lavoro presso l’ospedale San Giuseppe di Albano fu tratto in arresto dagli uomini della Polizia che lo accusarono di omicidio plurimo e peculato. Il sospetto degli investigatori si concentrava soprattutto negli anni tra il 1990-1993, in cui credevano che lo stesso De Martino avesse avvelenato quattro degenti : Enrico Tabacchiera 41 anni e Ludovico Moretti 70 anni – deceduti il 17 febbraio del ’93 -, Candido Caporicci 68 anni – deceduto nel ’91 – e Albertina Zampetti 59 anni – deceduta nel ’90 ; tutte morti, apparentemente, causate per soffocamento e asfissia. Solo la riesumazione delle loro salme rivelò che la causa del decesso fu relativa ad iniezioni di Pavulon, un farmaco a base di curaro: ormai noto modus operandi dell’infermiere che  restò infatti invariato con tutti i suoi pazienti.

Un’insolita  pista investigativa

Gli inquirenti che si occuparono della ricostruzione degli omicidi seguirono una prima pista investigativa, quella economica: De Martino avrebbe potuto riscuotere una tangente su ogni decesso operato e successivamente segnalato all’agenzia di pompe funebri, da lui molto conosciuta. A supporto di questo possibile movente economico però, non furono trovate prove, eccetto l’incriminazione del titolare della ditta per falsa testimonianza.

Dopo circa un anno dall’arresto del De Martino, gli inquirenti iniziarono a vagliare un’ulteriore ipotesi che avesse potuto spingere l’infermiere alla commissione di quei quattro delitti : la pista satanica. Fu lo stesso De Martino a fornire questo spunto investigativo, data la sua propensione nell’indossare ciondoli e anelli a forma di teschio e raffiguranti il demonio ma dalle indagini, gli inquirenti dimostrarono che l’infermiere aveva solo una volta ordinato  oggetti di questo tipo presso un orefice sito nel suo stesso luogo d’origine. I sospetti sulla sua possibile venerazione al demonio furono infatti subito superati con ulteriori accertamenti e difatti , si rivelarono essere non proficui e determinanti per le indagini. A sostegno della tesi, ormai superata degli inquirenti, il tribunale di Velletri incaricò l’antropologo Alfonso Maria Di Nola, titolare della cattedra di storia delle religioni ed antropologia presso la Terza Università di Roma, in qualità di studioso delle varie forme di pratiche magiche conosciute sin dall’antichità,  il quale escluse che i gioielli con cui il De Martino era solito adornarsi, potessero ricondurlo ad una qualche setta o gruppo demoniaco.

Per tutto il corso del processo, Alfonso De Martino si dichiarò innocente asserendo che addirittura la stampa lo avesse ingiustamente colpevolizzato. Si disse disposto a sottoporsi al siero della verità giurando davanti al Signore di non aver mai ucciso nessuno in vita sua; e nonostante avessero escluso la sua appartenenza ad una qualsivoglia  setta satanica e la sua propensione al culto demoniaco, quel processo venne definito “maledetto” : nel corso dello stesso si ammalarono un avvocato e un caposcorta, due testimoni furono colpiti da un grave malore improvviso e restarono assenti per settimane, un perito ed un cronista rischiarono la vita in due diversi incidenti stradali.

Di S. Aiezza e G. Salomone