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IL MOSTRO DI POSILLIPO

Non sempre il crimine nasce in zone disagiate e  prive di contesti socio culturali più elevanti, esistono casi, come quello di Andrea Rea, che sotto il profilo squisitamente antropologico, appaiono molto più complessi e di difficile comprensione. Non sono solo quindi le disinibenti sostanze psicotrope ad amplificare l’efferratezza di un reato, ma bensì qualcosa di inspiegabile, un raptus, una voce nella testa, una molla che scatta repentina nella mente di un uomo fino a farlo divenire al pari di un feroce e famelico predatore. Questa è la storia del mostro di Posillipo, nota zona della “Napoli Bene” che racconta come il giovane Andrea, ha per sempre cambiato la sua vita e quella delle famiglie che ha inevitabilmente coinvolto in una storia che però non ha alcun lieto fine.  

IL PRIMO OMICIDIO

E’ il 1983 quando Andrea, un giovano laureato in filosofia e di buona famiglia,  incontra la sua prima vittima, una giovane turista Finlandese conosciuta sull’isola di Ischia e di cui approfitterà sessualmente. A seguito di questo evento, la famiglia, appartenente all’alta borghesia napoletana,  lo fece internare in una casa di cura e proprio qui, conobbe la sua seconda vittima, il cui omicidio verrà a lui ricondotto solo però a seguito della sua stessa confessione, perché il corpo, non fu mai ritrovato. Anna Pisanti ragazza napoletana di 27 anni, iniziò con il Rea  una relazione. Anna viene descritta come una ragazza fragile e malata. Il 25 dicembre 1983, Andrea Rea, dopo il suo rilascio dalla struttura, convinse Anna, ad uscire con lui ma per lei quella fu l’ultima notte della sua vita. Da ciò che Rea ha raccontato agli inquirenti, prima la fece salire nella sua auto poi, con un coltello, iniziò a colpirla ripetutamente fino ad ucciderla. Dopo averla fatta a pezzi, chiuse  il corpo in un sacco e se ne liberò gettandola in mare e il non rinvenimento del cadavere non fece ricadere alcun sospetto su Rea. Quattro anni dopo,  nel 1987, si rese autore di uno stupro a carico  di una sua amica; venne tratto nuovamente in arresto e data la sua precedente esperienza fu fatto internare nuovamente dalla famiglia, manifestava gravi turbe psichiche acuitesi con la prematura morte del fratello minore .

IL SECONDO OMICIDIO

All’interno della Clinica Villa Alba, struttura psichiatrica ubicata nei pressi di Ischitella mare, Andre Rea incontra la sua seconda ‘preda’. Silvana Antinozzi,  38 anni, impiegata del Comune di Napoli, tossicodipendente  separata con una figlia di 17 anni,  fu ricoverata in quella Clinica per disintossicarsi.   

Il suo modus operandi resta pressochè invariato:  Rea sembra agire secondo uno schema ben preciso – l’approccio con le donne nella struttura e l’assassinio delle stesse una volta all’esterno.

Finito il periodo di permanenza di entrambi nella struttura, anche qui Rea invita Silvana per un’uscita serale – ma il loro incontro risulta decisivo per la ragazza.

 Il 3 settembre 1989, a Napoli, zona Marechiaro, alle spalle della famosa finestrella, verso le ore 16.00 circa, una bambina intravide una valigia di colore marrone dalla quale fuoriusciva un liquido rosso;  riferì quanto visto ai genitori e a seguito del loro arrivo sul posto, riscontrarono che effettivamente il narrato della loro figlia non era uno scherzo. Subito fu avvertita la Polizia e l’equipaggio della pattuglia sul posto tempestivamente procedette all’apertura della valigia; all’interno furono trovati, avvolti in un lenzuolo : un corpo femminile fatto a pezzi i cui arti superiori erano legati, la bocca imbavagliata e numerose ferite da arma da taglio con lama seghettata fatte sul collo, torace e seno.

LE INDAGINI

 Nell’immediato gli inquirenti, vista l’efferatezza dell’omicidio, pensarono ad un delitto forse maturato negli ambienti della criminalità organizzata  ma le indagini il giorno successivo si diressero in tutt’altra direzione; difatti, grazie alle impronte digitali, risalirono alla vittima che risultò identificarsi in Silvana Antinozzi assassinata con ben 16 coltellate. Recatisi poi presso il domicilio di lei, gli agenti  oltre a riscontrare evidenti segni di colluttazione trovarono tracce di sangue sul letto, per terra e sul lavabo del bagno – oltre a numerosi indizi riconducibili all’assassino della donna. L’omicida infatti non si era preoccupato minimamente di nascondere le tracce del suo misfatto tanto da lasciare sulla scena del crimine: “un coltello da prosciutto, una copia del Corriere della Sera di quella domenica con varie impronte digitali, un diario riportante il suo nome e cognome Andrea Reascritto in alfabeto sanscrito, un orologio sporco di sangue e una lista nera di potenziali prossime vittime”.

 Dopo il suo arresto, Rea confessò agli inquirenti, nel corso dell’interrogatorio che: “si era recato da Silvana per farle visita, aveva tentato di avere un rapporto con lei e dopo averle legato le mani dietro alla schiena e tappato la bocca con del nastro adesivo, la stese sul letto e le si avventò sul collo mordendola a più riprese, finendola poi a coltellate. Decise di fare a pezzi il corpo con un coltello da prosciutto che aveva preso nella cucina della madre e, dopo averne riposto i resti in una valigia, la portò via caricandola sul suo motorino abbandonandola poi nei pressi di un ristorante”.

IL DUPLICE TENTATIVO DI FUGA

Dopo il delitto, Rea in treno riuscì a raggiungere Nizza ove venne fermato da alcuni poliziotti mentre era in stato confusionale e portato in clinica. Messosi in contatto con i genitori a Napoli, si lasciò, da questi, convincere circa la sua costituzione alla Polizia di frontiera.

Venne dichiarato “schizofrenico e paranoico” e fatto internare in un manicomio giudiziario per scontare una condanna a 10 anni di reclusione per l’omicidio dell’Antinozzi e 5 anni per quello della Bisanti.

 Il 3 febbraio del 2003 Andrea Rea lascia l’Ospedale Filippo Saporito di Aversa, Ospedale Psichiatrico Giudiziario, ove era internato dal 1999 usufruendo di uno dei tanti permessi premio che gli vennero concessi per il suo eccellente comportamento ma invece di recarsi dai genitori salì su un treno e si recò a Milano dove venne arrestato quarantotto ore dopo.

 Venne così rinchiuso in una REMS – Residenza per l’Esecuzione delle Misure di Sicurezza – nei pressi di Vairano (Caserta) dove sono ospitate persone che, come Rea, hanno alle spalle storie di violenza e sono ritenuti pericolosi per la collettività, affetti da disturbi mentali, autori di reati e socialmente rischiosi.

L’arresto di Rea ha certamente concluso una potenziale ascesa dei suoi reati. Come per sua stessa ammissione, non si sarebbe fermato, e certamente avrebbe continuato a riempire la cronaca di drammatici omicidi, non diversi per efferatezza di molti e più celebri serial killer statunitensi. Rea è stato considerato incapace di intendere e volere, ma la sua era una precisa linea di pensiero. La sua coerenza, nella follia era più che lucida. Lui odiava le donne e la sua rabbia era manifesta al punto da lanciare un messaggio chiarissimo agli inquirenti. Non una traccia, non semplici indizi, ma un nome e cognome celato solo da una lingua antica ma in ogni caso di facile individuazione.

Rea operava con un pensiero ben preciso: dissacrare la donna abusando di lei e poi facendola letteralmente a pezzi. Nel suo secondo omicidio, la violenza e l’aggressività nell’uccidere a morsi come un predatore affamato, definisce un chiaro profilo psicologico. Le sue vittime, presentano entrambe una personalità fragile, insicura; entrambe le donne hanno con il Rea un legame affettivo e non si comprende il momento preciso in cui è scattata la molla omicida, anche perché le vittime erano entrambe non donne conosciute per caso, bensì frequentazioni piuttosto abituali.

Oggi Andrea Rea ha 64 anni e dopo quell’ultimo tentativo di fuga, da 20 anni non dà segni di squilibrio; ciò che di lui resta è il nome che la cronaca gli attribuì durante quegli anni : “il mostro di Posillipo” . Ormai è stato quasi dimenticato da tutti ma non è perder memoria di ciò che ha fatto!

Di avv. T. Barrella, S. Aiezza e G. Salomone