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Il caso dimenticato: l’omicidio di Rossella Goffo.

È l’otto maggio 2010 quando il marito di Rossella Goffo denuncia la scomparsa della moglie alla questura di Ancona – all’interno della quale la donna lavorava. Da circa un anno e mezzo la donna aveva ottenuto il trasferimento presso la Questura di Ancona e tutte le settimane era solita partire dalla sua città di origine ( Adria, Veneto) per recarsi nelle Marche, dove aveva affittato una stanza  all’interno di un appartamento con altre due donne. Lunedì tre maggio la Goffo partì da Adria per raggiungere Ancona ma quello fu l’ultimo giorno in cui il marito di Rossella sentì la moglie. Le due coinquiline della donna non erano presenti in casa nei giorni tra il tre e il cinque maggio, ma affermarono che Rossella aveva prelevato tutte le sue cose della stanza e che la stessa era intenzionata a lasciare libera la stanza per almeno sei mesi. L’ultima volta che la Goffo fu vista, era la mattina del cinque maggio da alcuni colleghi accanto al luogo di lavoro.  Nel cortile della prefettura fu trovata l’auto con all’interno delle lenzuola, alcuni capi di abbigliamento, un’agendina rossa ed una chiavetta USB appartenenti alla donna. La vettura fu parcheggiata lì il quattro maggio – informazione reperibile grazie alla registrazione del badge della vittima –  giorno in cui gli uffici erano chiusi per la festa del santo patrono della città.

 Le prime indagini sulla scomparsa della donna hanno subito evidenziato la ormai nota relazione  tra Rossella Goffo ed Alvaro Binni, poliziotto della Questura di Ascoli Piceno ed ultimo ad averla vista.

Alvaro Binni –  nato ad Ascoli Piceno il 13 maggio del 1969, 45 anni, tecnico della questura di Ascoli, sposato con quattro figli – fu da subito unico indagato. Questa qualifica gli fu attribuita già nel corso dei primi interrogatori durante i quali gli inquirenti fondarono i loro sospetti a seguito di dichiarazioni rilasciate dal Binni in modo controverso ma purtroppo però, nessuna prova indiziaria fu sufficiente per fondare il suo arresto. E’ però lo stesso Alvaro a rilasciare commenti su questo caso, come anche su quello di Melania, tramite un blog, in cui raccontava la sua versione dei fatti elencando anche tutti i punti nevralgici dedotti a seguito dell’indagine fino a quel momento. All’uomo vengono sequestrati distintivo e pistola e in diverse occasioni anche alcuni attrezzi che aveva in casa – sospettando potessero essere le armi di un probabile delitto.

 Nel tardo pomeriggio del 5 gennaio 2011 le indagini subiscono un turning point :  ben otto mesi dopo la scomparsa della donna, due uomini segnalano alla polizia la presenza di alcune ossa ed indumenti deteriorati in una zona vicino Colle San Marco-  Bosco dell’Impero. Le indagini ed il sopralluogo cominciarono la mattina successiva, il 6 gennaio del 2011.

 Il corpo della donna fu trovato in una fossa scavata nel terreno, di forma ovale, estesa per 172 cm trasversalmente, per 120 cm longitudinalmente e con una profondità di 77 cm a monte e 48 cm a valle, ricoperta con pietre, terra e tronchi. La riesumazione del cadavere dopo tanti mesi fu spiegato, da parte degli esperti, come causa del fenomeno di dilavamento del terreno in pendenza e dall’azione della microfauna. Questo fu confermato da alcuni componenti ossei del cadavere che vennero ritrovati nel corso di un ulteriore sopralluogo il 6/7 aprile del 2011. Durante le fasi di recupero del cadavere venne constatato che esso presentava evidenti fenomeni di scarnificazione dei tessuti e che l’arto inferiore destro presentava l’assenza di gamba e piede a partire dall’epifisi distale dell’osso femorale. In prima istanza si ritenne che tale asportazione dell’arto della donna fosse avvenuta per nascondere meglio il cadavere nella buca non troppo profonda, ma, successivamente si ritenne che l’azione fosse dovuta ad animali selvatici, poiché l’irregolarità del tessuto presente fu considerata come causa di rosicchiamento.

La causa della morte fu ricondotta ad una sindrome asfittica acuta da causa meccanica indice di una sproporzione tra l’aggressore e la vittima. Durante altri accertamenti medico-legali, il decesso venne fatto risalire a diversi mesi prima, compatibilmente al periodo della scomparsa della donna – questo anche considerando il fatto che il terreno dove poggiava l’arto sinistro della donna, aveva assunto una colorazione tendente al blu, uguale al colore del tessuto rinvenuto sull’arto stesso.

Binni venne chiamato a distanza di pochi giorni per il riconoscimento del corpo, anche se deteriorato. Quest ultimo confermò l’identità della donna anche grazie ad un bracciale sul quale era incisa una data importante e che fu ritrovato insieme al cadavere.

  • Gli inquirenti, ora, cercano l’assassino della Goffo da imputare per omicidio colposo ed occultamento di cadavere ed il primo indiziato resta ancora Alvaro Binni.

La travagliata relazione con Binni

Rossella ed Alvaro intrattenevano una relazione extraconiugale dal 2005. Si conobbero a Rovigo, e nonostante il trasferimento dell’uomo ad Ascoli Piceno, la relazione proseguì  poiché la Goffo decise di seguirlo trasferendosi ad Ancona – entrambi i coniugi dei due hanno sempre affermato di essere a conoscenza della relazione da diverso tempo.

Il rapporto tra i due, però, fu per lungo tempo travagliato a causa di alcuni comportamenti della Goffo nei confronti sia dell’uomo che di sua moglie, tenuti allo  scopo di interrompere il rapporto coniugale tra i due così da poter instaurare una convivenza con il suo amante. Tra questi comportamenti, ne furono segnalati alcuni, quali: telefonate e sms assillanti verso il Binni; telefonate, lettere e messaggi nei confronti della moglie dell’uomo; email dirette ad Alvaro Binni dove venivano richiesti chiarimenti circa la volontà di vivere insieme e nei quali fu fatta menzione della loro figlia Alessia –  frutto immaginario di una gravidanza mai portata a termine risalente al 2006.

 Una delle accuse principali mosse verso Alvaro Binni,  risale al 12 febbraio del 2009. La ricostruzione che consentì agli inquirenti di fondare le accuse verso l’uomo furono fornite dalle testimonianze raccolte, e da una email spedita dalla donna alla Prefettura di Rovigo, in cui raccontava che il Binni, entrato in casa sua con guanti di pelle nera e uno straccio imbevuto d’etere,  aveva provato a soffocarla.

Nonostante ciò, la donna era ancora intenzionata a trasferirsi ad Ascoli Piceno per intraprendere una  convivenza con l’uomo –  nonostante egli stesso affermò più volte che non era sua intenzione lasciare la moglie ed i quattro figli.

Nella ricostruzione di questa vicenda diversi sono stati  i motivi che hanno portato gli inquirenti a stringere il cerchio investigativo su Alvaro Binni e sul movente che avrebbe potuto portarlo a commettere l’omicidio della donna.

 La conclusione delle indagini

Nonostante Alvaro Binni, negli anni, abbia sempre negato tutto, anche la presunta relazione con la donna, da lui descritta come un’ossessione di lei nei suoi confronti, è stato considerato colpevole dell’omicidio. Nei mesi successivi la scomparsa di Rossella, gli inquirenti hanno indagato anche sul marito della stessa, e sulla moglie di Binni Alvaro.

I gravi indizi di colpevolezza emersi a carico del Binni e che hanno portato al suo arresto sono stati vari. In primis fu preso in considerazione il movente dell’omicidio – furono valutate anche le precedenti denunce mosse nei confronti di Goffo Rossella da parte dell’uomo. Successivamente l’attenzione fu incentrata sulle indagini relative al luogo di seppellimento del cadavere e le modalità con le quali questo avvenne. Il luogo dove fu  scavata la fossa, presso Bosco dell’Impero, non è visibile ad occhio dalla statale 76  ed inoltre l’operazione di escavazione della buca fu  ritenuta dagli inquirenti tipica di una persona consapevole di un possibile transito di persone. Alvaro Binni, poi, si recò per ben due volte sul  luogo del ritrovamento – informazione reperibile grazie all’analisi dalle celle telefoniche – per due giorni consecutivi dalla scomparsa di Rossella Goffo.

Nonostante la mancanza di prove biologiche sul luogo del delitto e dell’arma utilizzata per lo strangolamento, Alvaro Binni fu arrestato per omicidio premeditato e occultamento di cadavere il 15 febbraio del 2015. L’uomo si professò innocente fino all’ultimo, ed anche la moglie gli rimase accanto per tutta la durata del processo, affermando più volte di essere a conoscenza della relazione con la vittima e di ritenere l’uomo del tutto innocente. Il PM Ettore Picardi, in prima istanza aveva chiesto una pena di trent’anni, ma il processo Binni fu svolto con rito abbreviato, e furono introdotte le attenuanti generiche, condannandolo ad una pena definitiva di sedici anni.

Alvaro Binni ha sempre professato la sua innocenza non solo nel blog che portava avanti ricostruendo il caso di cui era egli stesso imputato, ma anche con diverse lettere alla stampa, facendo leva su quelli che riteneva errori fatti durante il corso delle indagini. Nel corso degli interrogatori e degli anni del processo, alcuni testimoni che affermarono di aver visto Rossella Goffo ad Ancona la mattina del 5 maggio, ritrassero la loro testimonianza affermando, a distanza di mesi, di non essere più sicuri di ciò che avevano visto; inoltre gli avvocati di Binni hanno sempre affermato l’impossibilità di collocare l’imputato insieme alla vittima, sia ad Ancona che ad Ascoli Piceno, vista anche la mancanza di prove biologiche sul luogo.

Binni, il primo indagato della procura di Ancona, fu ascoltato prima come persona informata sui fatti e poi come colpevole dell’omicidio della sua amante, Rossella Goffo. Molte sono le persone che lo hanno descritto come una persona incapace di commettere un tale atto di omicidio, come un buon polizziotto, dedito al suo lavoro – anche la moglie con i figli gli è rimasta accanto per quattro anni dopo il suo arresto. Gli inquirenti, però, non si sono mai fidati dell’uomo e lo hanno ascoltato più volte nel corso delle indagini, soffermandosi su alcune contraddizioni importati emerse nelle dichiarazione di Binni.

Alvaro ammette di aver visto Rossella la mattina del quattro maggio in un bar del  centro, e durante il loro incontro, lei lo aveva nuovamente sollecitato a lasciare la moglie per andare a vivere insieme ma  lui si era rifiutato. Descrive questa relazione come patologica, affermando di aver cercato più volte di allontanare la donna, sia in modo informale che tramite la legge, ma di non esserci mai riuscito.

Il pomeriggio del quattro maggio, Alvaro Binni torna verso Ascoli Piceno in compagnia di Rossella Goffo[1]. Ad incastrarlo fu  l’analisi delle sequenze telefoniche dell’uomo , ma di rilevante importanza furono le falle individuate nel suo comportamento. Ciò che colpì gli investigatori in particolar modo, ed uno dei motivi  per cui l’uomo è stato interrogato (16 giugno del 2010), è stata l’omessa dichiarazione rispetto al prelievo dei figli dalla scuola il suddetto pomeriggio. Difatti, come fu possibile riscontrare dalle chiamate effettuate dall’uomo, egli aveva ricercato dapprima la madre, per poi chiamare il numero di una delle madri di una compagna di scuole dei figli e successivamente la moglie. Alvaro dichiarò che tali chiamate erano state effettuate poiché la donna in questione aveva prelevato i suoi figli  da scuola, in quanto lo stesso, addormentandosi nella sua autovettura, aveva dimenticato di andarli a prendere. Gli inquirenti hanno ritenuto che tale comportamento del Binni  fosse stato messo in atto a seguito della verificazione di un evento eccezionale che lo avesse sconvolto-  dato che furono compromesse le sue abitudini quotidiane.

Nel corso delle indagini, Alvaro Binni ha dichiarato più volte il falso, cercando di costruire un alibi perfetto, affermando di essere in zone che, però, non sono rintracciabili da telecamere. Dichiarò il falso anche riguardo la relazione e gli ultimi contatti con la donna, e nei mesi delle indagini ritrattò anche la sua versione dei fatti collocandosi in luoghi sempre diversi da quelli detti in precedenza.

L’ultimo atto commesso dal Binni, che si rilevò come decisivo per le indagini, riguardava la presenza dello stesso in Bosco dell’Impero la mattina del giorno successivo all’omicidio, il 5 maggio. Le consulenze sulle celle telefoniche agganciate dal telefono dell’uomo, hanno permesso infatti di collocarlo in un punto preciso e corrispondente a Bosco dell’Impero – essendo egli tornato per due volte su quel luogo, e non essendo possibile che si trovasse in un’altra zona come da lui indicato[2]–  gli inquirenti sostennero che fosse tornato lì per occultare in maniera decisiva il cadavere della donna, strangolata il giorno prima.

 Dalle  indagini e gli interrogatori fu possibile smascherare la personalità del Binni , celata dietro un semplice uomo della Questura di Ascoli Piceno. L’uomo aveva una personalità estremamente pericolosa- dati alcuni comportamenti da lui messi in atto – che fu possibile ricostruire grazie ad alcuni elementi, tra cui: il tentativo di strangolamento di Rossella Goffo antecedente all’omicidio- che è testimonianza di un’incapacità totale di dominare e controllare gli impulsi di aggressività-  e inoltre, Alvaro Binni dimostrò una lucidità e freddezza nel tornare sul luogo del delitto per occultare il cadavere in modo migliore e nel distruggere tutto ciò che appartenesse alla Goffo nel territorio ascolano.

In questi termini il Binni ha dimostrato di essere una persona in grado di compiere, lucidamente, condotte violente ogniqualvolta  si presentasse un pericolo per il suo equilibrio familiare arrivando a commettere un delitto pur di non affrontare le conseguenze della sua relazione con la vittima.

Nonostante siano stati, e siano tutt’ora, molti quelli che ritengono che l’uomo sia innocente, anche la moglie ha divorziato da lui nel 2014.

Alvaro Binni continua a scontare la sua pena nel carcere di Marino del Tronto, ottenendo, negli anni, diversi sconti di pena per buona condotta.


[1] Dato accertato dalle celle telefoniche a cui si agganciò il cellulare della donna, precisamente presso Monte dell’Ascensione

[2] È possibile riscontrare questa verità, in quanto presso il monumento  ai caduti e il bar del Cacciatore, dove egli aveva affermato di trovarsi, vi è un completo oscuramento delle due CGI.

Dottoressa Alice Polidoro. Psicologa – Criminologa.