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Il mistero della Villa Monzese: il caso Lamaj

Il mistero della Villa Monzese: il caso Lamaj

Un’indagine che pareva non avesse più nulla da dire lasciando un caso irrisolto in quello che figurava essere un perfetto ‘cold case’, rimasto tuttavia aperto in attesa della scoperta di nuove prove. Come nei migliori racconti di Edgar Allan Poe, il cadavere era stato ritrovato murato nella parete di un’abitazione in una cavità nella parete in una dépendance del residence “Villa degli Occhi” a Senago, in provincia di Milano, esattamente sette anni fa. Ma non si tratta dell’immaginazione della trama di un racconto dell’orrore, bensì della storia di un uomo scomparso da Genova nel gennaio del 2013. Durante questi anni di indagini, le voci circa il ritrovamento di ossa umane in una parete del signorile complesso residenziale, hanno turbato gli inquilini sin dalle prime ore di ricerca. L’imponente villa storica rimasta per anni disabitata, immersa nel verde del monzese, è stata scenario di analisi ed esami da parte dei Carabinieri del Nucleo investigativo di Monza che hanno continuato il loro lavoro per ricostruire quanto accaduto alla vittima. Per risalire alle cause del suo decesso sono stati necessari gli interventi di esperti forensi e medici legali e solo lo scorso anno, dopo aver sapientemente rimesso insieme le ossa rinvenute, nonostante i segni mitigati dal tempo, si è riusciti a risalire all’identità della vittima. Stando a quanto aveva già confermato il Nucleo Investigativo di Monza dalla sua identificazione, la vittima Astrid Lamaj, quarantunenne di origine albanese, sarebbe stata prima uccisa e poi sepolta. Solo qualche tempo dopo sarebbe stato murato nella parete di una delle stanze della villa settecentesca trasformata oggi in residence di lusso. Dai capi di abbigliamento nonché dai...

IL MOSTRO DI POSILLIPO

Non sempre il crimine nasce in zone disagiate e  prive di contesti socio culturali più elevanti, esistono casi, come quello di Andrea Rea, che sotto il profilo squisitamente antropologico, appaiono molto più complessi e di difficile comprensione. Non sono solo quindi le disinibenti sostanze psicotrope ad amplificare l’efferratezza di un reato, ma bensì qualcosa di inspiegabile, un raptus, una voce nella testa, una molla che scatta repentina nella mente di un uomo fino a farlo divenire al pari di un feroce e famelico predatore. Questa è la storia del mostro di Posillipo, nota zona della “Napoli Bene” che racconta come il giovane Andrea, ha per sempre cambiato la sua vita e quella delle famiglie che ha inevitabilmente coinvolto in una storia che però non ha alcun lieto fine.   IL PRIMO OMICIDIO E’ il 1983 quando Andrea, un giovano laureato in filosofia e di buona famiglia,  incontra la sua prima vittima, una giovane turista Finlandese conosciuta sull’isola di Ischia e di cui approfitterà sessualmente. A seguito di questo evento, la famiglia, appartenente all’alta borghesia napoletana,  lo fece internare in una casa di cura e proprio qui, conobbe la sua seconda vittima, il cui omicidio verrà a lui ricondotto solo però a seguito della sua stessa confessione, perché il corpo, non fu mai ritrovato. Anna Pisanti ragazza napoletana di 27 anni, iniziò con il Rea  una relazione. Anna viene descritta come una ragazza fragile e malata. Il 25 dicembre 1983, Andrea Rea, dopo il suo rilascio dalla struttura, convinse Anna, ad uscire con lui ma per lei quella fu l’ultima notte della sua vita. Da ciò che Rea ha raccontato agli...
L’INFERMIERE DI SATANA

L’INFERMIERE DI SATANA

Il 9 marzo 1995 la Corte di Assise di Frosinone emette sentenza nei confronti di Alfonso De Martino dichiarandolo colpevole  per aver provocato, attraverso avvelenamento, la morte di  quattro pazienti dell’ospedale di Albano con flebo al curaro. L’infermiere di Satana, così come fu definito dall’opinione pubblica, fu condannato all’ergastolo, ad un anno di isolamento e all’interdizione perpetua dai pubblici uffici. Alfonso de Martino, nato a Salerno nel 1941, svolse per 20 anni la professione di infermiere ma solo nel 1993, presso l’ospedale di Albano, all’interno del quale lavorava, iniziò a raggiungere l’apice della sua carriera. Uomo sposato, padre di due figli e un diligente infermiere, sempre dedito al lavoro e con una forte predisposizione nell’affrontare i doppi turni. Noto nell’ambito lavorativo per la sua disponibilità, il De Martino era conosciuto come un uomo affidabile ma la sua vera identità di assassino ben riusciva a celarla dietro quegli abiti bianchi, tipici della sua professione. C’era però un tratto della sua personalità che spaventava e incuteva a tutti terrore : amava prevedere la morte dai suoi pazienti e raramente sbagliava. Il suo percorso omicidiario iniziò il 17 febbraio del 1993,presso l’ospedale di Albano. La Dott.ssa Cinzia Vercelloni, dietista della struttura,  vide armeggiare il De Martino con una flebo in modo alquanto insolito accanto ad uno dei suoi pazienti:  Enrico Tabacchiera, ricoverato in struttura per un cancro al cervello, dopo pochi minuti dalla flebo somministratagli, perse la vita.  L’infermiere, con una siringa, estrasse da un flaconcino una sostanza di color azzurro e la iniettò nelle vene del paziente. A distanza di mezz’ora da quella apparente morte naturale, la stessa sorte toccò anche...

Il caso dimenticato: l’omicidio di Rossella Goffo.

È l’otto maggio 2010 quando il marito di Rossella Goffo denuncia la scomparsa della moglie alla questura di Ancona – all’interno della quale la donna lavorava. Da circa un anno e mezzo la donna aveva ottenuto il trasferimento presso la Questura di Ancona e tutte le settimane era solita partire dalla sua città di origine ( Adria, Veneto) per recarsi nelle Marche, dove aveva affittato una stanza  all’interno di un appartamento con altre due donne. Lunedì tre maggio la Goffo partì da Adria per raggiungere Ancona ma quello fu l’ultimo giorno in cui il marito di Rossella sentì la moglie. Le due coinquiline della donna non erano presenti in casa nei giorni tra il tre e il cinque maggio, ma affermarono che Rossella aveva prelevato tutte le sue cose della stanza e che la stessa era intenzionata a lasciare libera la stanza per almeno sei mesi. L’ultima volta che la Goffo fu vista, era la mattina del cinque maggio da alcuni colleghi accanto al luogo di lavoro.  Nel cortile della prefettura fu trovata l’auto con all’interno delle lenzuola, alcuni capi di abbigliamento, un’agendina rossa ed una chiavetta USB appartenenti alla donna. La vettura fu parcheggiata lì il quattro maggio – informazione reperibile grazie alla registrazione del badge della vittima –  giorno in cui gli uffici erano chiusi per la festa del santo patrono della città.  Le prime indagini sulla scomparsa della donna hanno subito evidenziato la ormai nota relazione  tra Rossella Goffo ed Alvaro Binni, poliziotto della Questura di Ascoli Piceno ed ultimo ad averla vista. Alvaro Binni –  nato ad Ascoli Piceno il 13 maggio del 1969, 45...
Il luminol

Il luminol

IL LUMINOL, LA SCIENZA AL SERVIZIO DELLA GIUSTIZIA PER L’ACQUISIZIONE DELLE PROVE Dagli insetti e molluschi alla scena del crimine, il passo non è così breve, ma è pur vero, che la nascita di uno dei più affascinanti derivati chimici  che rileva tracce biologiche presenti in un ambiente, nasce proprio da un’ispirazione fornita dalla natura. Il Luminol, così meglio noto, consente di accertare la presenza di eventuali tracce ematiche in un luogo, seppure opportunamente rimosse attraverso detergenti comuni, attraverso la luminescenza emessa. Nella nuova era tecnologica molti ambiti di ricerca sono stati rivoluzionati grazie al cambiamento  e al progresso; accanto alla ricerca delle prove in senso tradizionale, ed effettuata  con gli ordinari strumenti, si sono affiancate numerose tecniche utili al fine di poter recuperare quelle tracce biologiche che altrimenti andrebbero disperse poiché non visibili ad occhio nudo.  Su una scena del crimine, Polizia Scientifica e R.I.S. hanno usufruito sapientemente delle nuove risorse, proprio al fine  di pervenire alla risoluzione dei casi nei tempi più stretti possibili. La scienza molte volte  ha offerto il proprio supporto alle investigazioni, pensiamo ad esempio a quanti importanti risultati sono stati raggiunti attraverso test, oramai noti, come quello del DNA,  effettuato per la prima volta in Italia nel 1987 per il delitto Mosconi e che ha fornito un importante supporto in molti casi di crimini efferati. Nonostante però i grandi traguardi raggiunti dalle scienze moderne,  sembrerebbe che nel Bel Paese, nonostante le eccelse menti, ci sia una minore predisposizione all’utilizzazione delle innovazioni scientifiche e delle potenziali risorse che esse possono quindi rappresentare. In Francia infatti, ad esempio, rispetto all’Italia, il  test del DNA veniva...

Jonathan Galindo

Oggi la realtà virtuale è fortemente incisiva nella vita delle persone. Tutto ciò che Social Media ed Internet propongono indiscriminatamente coinvolge e sicuramente condiziona opinioni e orientamenti di pensiero. Internet è un mondo gigantesco senza confini attraverso il quale chiunque ha la possibilità di accesso. Purtroppo in brevissimo tempo si è venuto a determinare l’utilizzo di questo strumento globalizzante da parte di un’utenza sempre più giovane sicuramente non in grado di filtrare o elaborare informazioni con contenuti fortemente condizionanti. Da quando Internet e i Social Media sono alla portata di tutti, grandi e piccoli, le cronache dei giornali si sono riempite di casi agghiaccianti. Internet è un mondo grande, gigantesco, che ha permesso a tutti di restare connessi in qualsiasi momento da qualsiasi parte del mondo e a qualsiasi età, ma non è un mondo tutto rose e fiori come spesso vuole apparire e sono troppi gli aspetti negativi che emergono da notizie di cronaca sconcertanti e che il più delle volte riflettono  stati di coscienza alterati alla base di comportamenti criminosi o autolesivi. Non di rado, tali comportamenti non sono preceduti da indizi che avrebbero potuto in  qualche modo     far presagire il peggio ,segnali di allarme che avrebbero magari potuto arginare o addirittura impedire il tragico evento cosi come è accaduto a Napoli la notte del 29 settembre. Il caso di cronacaÈ la notte del 29 settembre quando un bambino di 11 anni si lancia nel vuoto dal suo appartamento, nella zona di Chiaia-Posillipo, a Napoli. “Mamma e papà vi amo, ma ora devo seguire l’uomo nero”, un messaggio che il bambino ha scritto prima di compiere il...