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20 FEBBRAIO 2021: UN SABATO (NON) COME UN ALTRO.

20 FEBBRAIO 2021: UN SABATO (NON) COME UN ALTRO.

La Giornata Internazionale della Giustizia Sociale nell’ attuale contesto delle relazioni sociali post-pandemia.

Tra i diritti costituenti la dignità sociale di un individuo, uno dei maggiormente inficiati dal dilagare del Covid-19 risulta essere il diritto al lavoro, qui analizzato nella declinazione dell’uguaglianza di genere, da anni ricercata e tutt’ora anelante concrete misure di attuazione.

Il 20 febbraio non è una data qualunque del calendario, non a partire dalla sessantatreesima sessione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite quando, in forza della risoluzione A/RES/62/10, l’ONU ha indetto la Giornata Internazionale della Giustizia Sociale, quest’anno dedicata al tema “A call for Social Justice in the Digital Economy”.

Ma cosa significa ‘giustizia sociale’? Stando a quanto definito, l’accezione di giustizia è di “virtù eminentemente sociale che consiste nella volontà di riconoscere e rispettare i diritti altrui attribuendo a ciascuno ciò che gli è dovuto secondo la ragione e la legge”( def. enc. Treccani) In breve, la giustizia sociale consiste nell’impegno della società ad elidere le barriere tra l’essere umano e l’effettivo godimenti dei diritti riconosciutigli dall’ordinamento giuridico. Ed è un impegno pratico che rientra tra i Principi Fondamentali della Costituzione del nostro Paese, il quale assume il compito di “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. (Articolo 3)

L’impatto pandemico su ostacoli non del tutto rimossi: l’occupazione femminile

La disposizione demanda la rimozione di quegli ostacoli che ledono la dignità sociale dei consociati, per legge pari indipendentemente dal genere in cui essi si riconoscano, dal colore della loro pelle, dalla lingua madre, dalle loro opinioni e dalle condizioni personali e sociali in cui si trovino a vivere. Ostacoli che la Repubblica Italiana si è impegnata ad eliminare fornendo, in linea di principio, ad ognuno mezzi per colmare o quanto meno ridurre lo svantaggio sociale di partenza. Almeno fino al dilagare di una pandemia. L’epidemia di SARS-CoV-2 ha infatti agito come una livella nei confronti di quei mezzi, annullando in molti ambiti i progressi sociali fino ad allora raggiunti, con strascichi destinati a permanere potenzialmente più a lungo del virus stesso.

A titolo esemplificativo, si volga lo sguardo all’uguaglianza di genere. Di certo non una questione salita di recente agli onori della cronaca, basti pensare al Premio Nobel per la fisica (1903) e per la chimica (1911) Marie Skłodowska, meglio nota con il cognome del marito Pierre Curie. Nonostante sia passato un secolo, la parità di genere nel lavoro e nella retribuzione risulta tuttora distante e lo era già all’alba dello scorso marzo. Con la pandemia, quelle diseguaglianze sono andate accentuandosi, come provato dalle statistiche riportate nel focus “Ripartire dalla risorsa donna” della Fondazione Studi Consulenti del Lavoro, secondo le quali il 55.9% dei posti di lavoro persi nel primo trimestre di pandemia sarebbe di genere femminile (percentuale che tende quasi al raddoppio nelle rilevazioni ISTAT di fine anno 2020). Tra le motivazioni addotte, vi sarebbe l’intrinseca impossibilità di garantire il lavoro da casa per professioni generalmente a maggior impiego femminile, nonché la contrazione delle occupazioni a termine, anch’esse con netta prevalenza di lavoratrici su lavoratori. Altro dato allarmante è poi l’incremento della quota di forza lavoro femminile inattiva, ossia “volontariamente” fuori dal mercato del lavoro. Una delle ragioni d’essere di tale inattività sembra da ricondursi alla necessità – nei contesti più tradizionali e conservatori riservata proprio alle donne – di far fronte ad un carico domestico aggravato dalla gestione del confinamento familiare e della didattica a distanza degli eventuali figli.

Gli effetti collaterali dell’ingiustizia sociale

Per quanto innegabile sia la generale flessione dell’intera economia nazionale, a fronte di un diritto unitario, quale quello al lavoro, che permea la Carta costituzionale, gli effetti sortiti dal fattore Covid-19 sono stati invece differenziati. Lavoro che, oltre a “nobilitare” l’essere umano, fornisce nel quotidiano i mezzi di sussistenza essenziali, in primis un domicilio e un piatto in tavola, ma non solo. Accanto al SARS-CoV-2, infatti, ha dilagato quella che le stesse Nazioni Unite hanno definito “pandemia ombra”, fatta di un aumento esponenziale dei casi di violenza di genere, sovente perpetrati proprio all’interno delle mura domestiche nelle quali il Covid ha confinato la popolazione, cui non ha tuttavia seguito un atteso corrispondente incremento delle denunce di reati spia (addirittura le denunce per il reato di maltrattamenti contro familiari e conviventi ha subìto un’inflessione di oltre il 5%), imputabile alla difficoltà delle vittime di allontanarsi, fisicamente e purtroppo troppo spesso economicamente, dai loro carnefici.

Abbattere gli effetti collaterali delle diseguaglianze sociali è un ordine del giorno quanto mai pressante ed al quale contribuiscono, oggi più che mai, iniziative come la Giornata Internazionale della Giustizia Sociale

Testo a cura di Salvatore Aiezza e Rossella Landi

Fotografia a cura di Eleana Zaza